Messaggio del 7 maggio 1985:«Cara figlia mia (Ivanka), oggi è il nostro ultimo incontro. Non essere triste, perché io verrò a farti visita in occasione di tutti gli anniversari, tranne il prossimo. Figlia mia, non pensare di aver commesso qualche errore e che per questo motivo non verrò più a farti visita. Non hai fatto nulla. Tu hai accolto con tutto il cuore e realizzato i piani che mio Figlio e io avevamo. Sii felice, perché io sono tua Madre, che ti ama con tutto il cuore. Ivanka, grazie per aver risposto alla chiamata di mio Figlio e per essere stata così perseverante come Lui si aspettava. Figlia, di’ ai tuoi amici che mio Figlio e io saremo sempre con loro quando ci cercheranno e invocheranno. Quello che ti ho detto in questi anni a proposito dei segreti non rivelarlo a nessuno, fino a quando io non te lo dirò. Ivanka, la grazia che tu e i tuoi fratelli avete ricevuto non l’ha ricevuta nessuno fino a ora in terra». La bellezza nasce dalla croce di Jelena Vasilij - Eco di Maria nr.173
Per l'uomo è impossibile vivere senza la bellezza, perché
la bellezza è parte integrante di ciò di cui il suo
spirito si nutre. Già gli antichi greci lo intuivano,
comprendendo il bello tra il vero ed il buono, come una delle tre
categorie fondamentali che, in quanto assolute, si attribuivano solo
a Dio.
Durante la storia il concetto di bello ha subito molte
metamorfosi; nell'antichità si cercava una bellezza piuttosto
oggettiva, ovvero una forma perfetta, come nell'arte greca e poi in
quella romana (dalla quale sono stati ripresi i temi in varie epoche
successive, come ad esempio il rinascimento). In risposta a questa
assolutezza della forma si è cercato di dare al bello anche un
senso cristiano o verticale, che in qualche modo potesse unire
spiritualmente gli uomini alla bellezza di Dio. Così in
oriente nacquero le icone e nell'occidente tutta la gamma del
patrimonio cristiano dell'arte.
Attualmente, anche se si accende
qualche sporadica scintilla, il bello sembra patire una vera
alterazione, anzi direi che ormai siamo lontani da qualsiasi
oggettività dato che il bello è diventato ciò
che si trova nell'impressione dello spettatore (cioè è
bello solo quello che ci piace!). Questo sembra valere non solo per
l'arte ma per tutta la sfera dell'armonia nella vita dell'uomo
moderno. L'uomo di oggi, infatti, sembra d'avere perso ogni punto di
riferimento e rifiuta di conformarsi a Dio, che è il solo ad
essere bellezza assoluta. Se invece entriamo in un discorso positivo
sulla realtà della bellezza assoluta, la strada si fa molto
più spinosa. Lo stesso Giovanni apostolo afferma che nessuno
ha mai visto Dio. Nell'Antico Testamento ci sono solo alcuni cenni su
questo tema. In due salmi - 90,17 e 27,4 - il testo ebraico parla
della bellezza del Signore. Tale concetto spesso è legato ad
altri concetti come bontà, grazia, dolcezza del Signore.
S.
Agostino, nel suo commento al vangelo di s. Giovanni, ci lascia
intuire che la bellezza di Dio contemplata dal salmista nel santuario
è una vera delizia. Al contrario delle delizie contingenti,
essa non appesantisce mai lo spirito dell'uomo ma, come scrive
Agostino: Non temere di averti a stancare: tale sarà il
godimento di quella bellezza, che sempre sarà dinanzi a te e
mai te ne sazierai; o meglio, ti sazierai sempre e non ti sazierai
mai. Se dicessi: non ti sazierai mai, potresti pensare che patirai la
fame; se dicessi: ti sazierai, potresti pensare che finirai per
annoiarti. Non so come esprimermi: non ci sarà noia e non ci
sarà fame; ma Dio ha di che offrire a coloro che non riescono
ad esprimersi, e tuttavia credono a quello che da lui possono
ricevere (Io.eu.tr.3,21).
Ma la vera svolta sull'argomento ci
proviene dalla lettura messianica dell'Antico Testamento. Emerge in
particolare il profeta Isaia: Gli occhi tuoi ammireranno il re nella
sua bellezza, contempleranno il paese, che si estende lontano (Is
33,17).
Il velo cadde in Gesù ed Egli ci permise di
guardare, come dice s. Giovanni, la Sua gloria. Questa comunque è
una visione non degli occhi fisici ma degli occhi spirituali, ovvero
del cuore umile - afferma Agostino nello stesso trattato. Questa
estasi del cuore che gode la bellezza di Dio viene in qualche modo
scossa da una profonda verità affermata dal profeta Isaia che
ci introduce ad un paradosso sconvolgente della nostra fede. Colui
che è bello e splendente è anche l'uomo della croce:
Egli è venuto su davanti a lui come un ramoscello, come una
radice da un arido suolo. Non aveva figura né bellezza da
attirare i nostri sguardi, né apparenza da farcelo
desiderare.
Disprezzato e rigettato dagli uomini, uomo dei dolori,
conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si
nasconde la faccia, era disprezzato, e noi non ne facemmo stima
alcuna (Is 53,2-3).
Credo che il profeta questa volta sveli
davvero il mistero della bellezza che è la sofferenza, la
croce. Chi potrebbe mai negare la bellezza di un martire oppure di
una madre Teresa, anche lei martire sebbene non in apparenza. Sono
belli, infatti, quei visi che digiunano, perché traspaiono di
Cristo che ha dato la sua vita per noi sulla croce. Forse è
proprio questa fuga dalla sofferenza che rende incapaci gli artisti
moderni di produrre opere che possono ancora parlare del bello
all'uomo. Di quel bello che non è una pura ricerca delle
innovazioni secondo i propri criteri, ma che è profondamente
legato alla croce.
Ci rivolgiamo a lei la più bella tra le
donne pregandola di risplendere su di noi, tanto tempo ancora, con la
bellezza di Dio.