Messaggio del 18 marzo 2008:Cari figli, oggi tendo le mie braccia verso di voi. Non abbiate paura di accoglierle. Esse vi vogliono dare amore, pace e aiutarvi nella salvezza. E per questo, figli miei, accoglietele. Riempite il mio cuore di felicità e io vi guiderò verso la santità. La strada sulla quale io vi guido è difficile, piena di prove e di cadute. Io sarò con voi e le mie braccia vi sosterranno. Siate perseveranti affinché alla fine del cammino tutti insieme, nella gioia e nell’amore, potremo tenerci per le mani di mio Figlio. Venite con me, non abbiate paura. Vi ringrazio. Ho prestato il mio volto a Gesù Cristo (Jim Caviezel)- Eco di Maria nr.175
Era presente la scorsa estate a Medjugorje per
raccontare ai giovani accorsi per il festival la sua incredibile
avventura: quella di prestare il suo corpo a Gesù Cristo per
un film che sarebbe stato visto da quaranta milioni di persone in
tutto il mondo (tanti gli spettatori fino alla Pasqua; un cifra
tuttavia destinata sicuramente a salire).
Ancora non si sapeva che
tutto il mondo avrebbe parlato dell’evento straordinario che
l’aveva coinvolto; e proprio lì, nella terra benedetta,
Jim Caviezel ha presentato ai giovani quello di cui i giornali e i
media, i teologi e la gente comune, i credenti e gli agnostici, i
cristiani e gli ebrei, e molti altri ancora avrebbero scritto,
parlato, discusso e dissertato… Chi a favore, chi contro; chi
ammirato, chi disgustato; chi confermato nella propria fede, chi
disturbato da una verità che svela la propria menzogna.
Insomma, il film “La Passione di Cristo” è stato e
continua ad essere sulla bocca di tutti. “Sono arrivato a
questa parte attraverso Medjugorje, attraverso la Madonna. Durante la
preparazione ho utilizzato tutto quello che Medjugorje mi ha
insegnato”, racconta il protagonista in un’intervista.
“Il regista, Mel Gibson, ed io andavamo insieme alla Messa ogni
mattina. Nei giorni in cui non potevo andare, facevo almeno la
comunione. Avevo sentito dire che il Papa si confessava tutti i
giorni e pensai che anch’io dovevo confessarmi più
spesso. Non volevo che Lucifero potesse esercitare un controllo su
quello che facevo. Per questo ho anche digiunato…”
La
corona del rosario tra le mani nella pausa delle riprese,
l’Eucaristia quotidiana che ogni mattina si celebrava sul set,
le reliquie dei santi e della Croce cucite nella tunica: “Il
veggente Ivan e sua moglie Laureen mi hanno dato un pezzettino di
Croce. La porto sempre con me. Proprio per questo sui miei vestiti è
stata realizzata una speciale tasca. Porto con me anche le reliquie
di Padre Pio, di s. Antonio di Padova, di s. Maria Goretti e di s.
Denis, il protettore degli attori”.
Questi gli strumenti
con i quali Jim ha affrontato il ruolo impegnativo degli ultimi
istanti di Cristo in terra, l’Ora della sua Passione. “Credo
che questo film sia stata anche la mia passione”, continua
l’attore americano. “Ho dovuto lottare contro il freddo,
contro i crampi, contro il mal di testa che mi procurava la corona di
spine. Ho dubitato della mia fede… Poi ho capito che non avrei
potuto rappresentare il dolore senza soffrire veramente…”
Sebbene
sia stato già utilizzato moltissimo inchiostro a commento di
questo film e si rischia di apparire ripetitivi, non potevamo tacere
queste parole. Perché è doveroso sottolineare la
tonalità di fede con il quale questo film è stato
pensato, affrontato e vissuto dai protagonisti, che non potevano
rimanere estranei allo spessore di vita che tutto questo comportava.
Una troupe e un cast multiformi, composti da gente di diversi paesi e
convinzioni: “È un film che inneggia all’amore,
alla tolleranza… Non ho avuto un momento di esitazione”
racconta l’attore. “Gibson più volte mi ha detto
che rischiavo, che c’era la possibilità che dopo questo
film nessuno mi avrebbe fatto più lavorare a Hollywood. Gli ho
risposto che ero un credente e che tutti devono portare una croce…
Non avevo idea di quanto avrei dovuto pregare durante il film per
riuscire a mantenere la prospettiva giusta… Pregavo anche che
dietro il trucco gli spettatori non vedessero più me ma il
volto del Messia, di Gesù Cristo”.
Il fascino di
Gesù è indiscusso. Quasi tutti, da duemila anni, si
sentono in qualche modo attratti da Lui, sebbene l’uomo si
arroghi costantemente il diritto di stabilire come Dio debba
mostrarsi al suo cospetto. Anche questa volta Cristo è stato
“pietra d’inciampo” per chi si è sentito
interiormente provocato a rispondere all’evidenza che il Figlio
di Dio si è fatto carne, e che ha sopportato umilmente una
crudele passione pur di consumare fino in fondo il proprio sacrificio
da offrire al Padre.
Troppa violenza, troppo sangue, troppo di
tutto, è stato detto. Il fatto è che ancora una volta
la Verità ha operato una divisione, non tanto nelle menti,
quanto nei cuori. Di fronte a questo estremo atto di amore, l’uomo
si chiede se accettare un “fallito”, distrutto nel corpo
e annoverato tra i malfattori, o se invece desidera per sé un
Dio ideale, operatore di miracoli, panacea per tutti i nostri mali e
pronto esecutore di ogni nostra richiesta. In sostanza, un
Dio-caramella… La paura di essere noi stessi coinvolti ci fa
indietreggiare e preferiamo sublimare l’idea della redenzione
per sfuggire al pericolo di essere chiamati a farne parte, a versare
cioè noi stessi il sangue per “completare nella carne
quello che manca ai patimenti di Cristo” (cfr. Col
1,24).
Allora si accusa: il film non è fedele al vangelo,
non è un trattato teologico, non rispetta gli ebrei, non…
No, il film non è quello che noi vogliamo che sia, ma ha il
merito di mostrare a tutto il mondo, a forti tinte, l’amore di
Cristo per noi, che resiste fino all’ultimo respiro all’attacco
del Maligno rifiutando di usare il male per difendersi: “Maltrattato,
si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come
agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi
tosatori, e non aprì la sua bocca” (Is 53, 7). Fece
quindi ciò che dovremmo fare anche noi, come suggerisce s.
Paolo: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il
male” (Rm 12, 21). Non è un film da guardare, è
un’esperienza viva che si fa contemplare, che ti chiude la
bocca e che si colloca dentro di te per poi riemergere pian piano,
dispiegando i diversi piani di lettura di quel tremendo e santo
venerdì di Passione.
Il tradimento dei compagni di
Gesù, l’intima unione con la Madre Maria, il duello
combattuto con il vero responsabile del crimine - satana… “Una
delle cose che spero maggiormente per questo film” confessa il
regista, “è che quando il pubblico uscirà dalla
sala, avrà il desiderio di porsi più domande”.
Egli stesso ha voluto “firmare” il film in un modo
originale: era di Mel Gibson la mano che conficca il chiodo nel palmo
di Gesù. Un modo per “firmare” anche la sua morte,
come per dire: anch’io l’ho crocifisso. Molto ha
contribuito a fare di questo film un capolavoro: la fedeltà ai
vangeli, arricchita da alcuni elementi estratti dalle visioni della
mistica Anne Catherine Emmerich, vissuta alla fine del ‘700; le
atmosfere create da luci e colori, ispirati alle tele del Caravaggio;
l’uso delle lingue del tempo di Gesù - l’aramaico
e il latino - che hanno reso la visione ancora più realistica
e pregnante; la bravura degli attori, catturati in un ruolo che ha
sorpreso loro stessi… “Sul set - ha scritto Vittorio
Messori - è avvenuto assai più di quanto non si sappia,
molto resterà nel segreto delle coscienze: conversioni,
liberazioni dalle droghe, riconciliazioni tra nemici, abbandono di
legami adulterini, apparizioni di personaggi misteriosi. Due fulmini
si sono abbattuti sul set, di cui uno ha colpito la croce…”.
Non
è nato per riscuotere successo, ma per scuotere le coscienze.
Hanno tentato di bloccarlo sul nascere scatenando polemiche di ogni
genere, ma forse, nel silenzio dei cuori sta facendo nascere nuovi
uomini alla fede. “Ogni spettatore - scrive Andrea Morigi -
conserva tutta la libertà del suo punto di vista. Scena dopo
scena, a mano a mano che Cristo si trasforma nell’uomo della
Sindone, si può guardarlo come Giuda, disperato per averlo
tradito, oppure prenderlo per matto, il che non esclude la
possibilità di fustigarlo e inchiodarlo alla croce. Oppure
soffrire con lui. I personaggi della narrazione coprono già
tutta la gamma degli atteggiamenti e delle reazioni possibili…”.
È quello che afferma la moglie del protagonista, frequente
pellegrina anche lei a Medjugorje: “Quando ho visto per la
prima volta la croce su di lui, truccato, non sembrava mio marito, ma
Gesù. Era così realistico che sembrava davvero di
vedere il Cristo: alcuni erano pieni di rispetto, altri indifferenti
ed altri ancora lo prendevano in giro. È accaduto ad entrambi:
abbiamo capito nel nostro piccolo come poteva essere…”.
Al di là dei commenti e delle critiche, delle approvazioni o
delle accuse, vediamo come il Crocifisso ancora oggi non ci “lascia
in pace”. E meno male, così che sconvolgendo i nostri
schemi e le nostre aspettative Egli possa creare in noi lo spazio per
la pace vera. Quella che nasce dalla Verità e dall’Amore,
e non dalle idee.
Stefania Consoli